Girato nel villaggio natale di Ana Ts’uyeb, Naranjatic Alto, negli altopiani messicani, “Sono morta” è un ritratto documentario delle donne della comunità indigena Tzotzil. Il film si concentra su tre figure vicine alla regista: sua madre, Margarita; sua zia, Juana; e sua cognata, Faustina.
Sebbene appartengano a generazioni diverse, tutte e tre descrivono esperienze segnate dalla violenza patriarcale. Ricordano opportunità educative, ambizioni e speranze personali ostacolate dai padri e da altri parenti maschi, oltre ad abusi fisici e psicologici. I loro racconti misurati suggeriscono che esperienze simili non siano isolate all’interno della comunità.
Anziché ricorrere alle convenzionali interviste da sedute, Ts’uyeb filma le donne mentre lavorano. Le scene di tessitura, setacciatura del grano e raccolto conferiscono al documentario un linguaggio visivo riflessivo, registrando al contempo usi e tradizioni quotidiani. Il loro lavoro diventa anche un ritratto della resilienza collettiva.
Il film osserva che le donne tzotzil sono state storicamente sfruttate per il loro lavoro, mentre veniva loro negata l’eredità della terra. Grazie al Movimento zapatista, le donne protagoniste possono ora lavorare la propria terra, sebbene il documentario offra un contesto limitato sull’attivismo del movimento e sui suoi sforzi per la riforma agraria.
Nonostante questa mancanza di contesto, “Sono morta” rimane incentrato sulla vita interiore delle donne. Un momento particolarmente toccante mostra Margarita che sgombra con cura un sentiero dissestato davanti a Ts’uyeb. Il gesto suggerisce la possibilità che il trauma generazionale stia finalmente lasciando il posto a un futuro diverso per le donne di Naranjatic Alto.
Fonti: The Guardian Film.